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Una radiografia sul debito pubblico italiano

Debito pubblico e dati di bilancio del paese Italia: una radiografia che mette in luce lo scenario possibile con una cifra ormai che ha sfiorato i 2.275 miliardi di euro – Alcune riflessioni critiche e ipotesi di ancoraggio.

Di fronte ad uno scenario quanto mai incerto da un punto di vista politico, anche un prossimità del rinnovo degli Organi costituzionali in vista delle prossime elezioni politiche del prossimo 4 marzo, un’attenzione va dedicata alla situazione del nostro debito che sta assumendo dimensioni rilevanti visto il volume abnorme degli interessi che si dovranno pagare per mantenere gli equilibri di bilancio e della spesa pubblica. Una realtà che il prossimo Governo – indipendentemente dalla classe politica che ne assumerà il comando – non potrà che porlo al primo posto nella propria agenda di lavoro. In realtà tutti dovranno tenerne conto se si vuole rilanciare il sistema Italia con politiche non solo di tipo monetaristico, ma anche con assunzioni di politiche strutturali di lungo periodo che rimettano in moto il ciclo dello sviluppo economico sull’onda degli altri paesi avanzati e quelli emergenti in fase di forte sviluppo economico. Il totale dei titoli di stato attualmente in circolazione è di 1.879 miliardi di euro e 163 miliardi sono scaduti alla fine del 2017. Sono oltre 900 i miliardi da rinnovare nel quadriennio 2018-2022. Nel dettaglio – secondo uno studio condotto da Unimpresa – sono a scadenza 47 miliardi di BOT, 734 miliardi di BTP, 85 miliardi di CCT e 32 miliardi di CTZ. Al 31 dicembre 2017 sono già scaduti 163 miliardi e 236 miliardi scadranno entro il 2018, mentre 187 miliardi nel 2019 e 162 miliardi nel 2020. Nel 2012 sono a scadenza 162 miliardi, nel 2022, 152 miliardi, 141 nel 2023, 128 nel 2024, 62 miliardi nel 2025, 79 mdl nel 2026, nel 2027 altri 48 miliardi e tra il 2028 e il 2067 sono in scadenza 355 miliardi.  Di fronte a tale enormità di debito che ha sfiorato la soglia di 2.275 mdl di euro che costituisce un cappio al collo bisognerà capire quali politiche economiche e monetarie saranno adottate dalla nuova classe dirigente che assumerà la guida del paese fortemente condizionate – si presume – dalle banche centrali, dagli investitori istituzionali e dalle banche d’affari.

Dai dati analizzati dal centro studi di Unimpresa emerge infatti come nella prossima legislatura che – salvo imprevisti – durerà dal marzo 2018 (insediamento del nuovo Parlamento) alla tarda primavera del 2023, il debito pubblico da rifinanziare è ampiamente superiore ai 1.000 mdl di euro. Una cifra impressionante se si pensa all’ultimo censimento rilevato da bankitalia sui depositi bancari da parte dei correntisti italiani che a fine 2017 accumulavano i propri risparmi sui conti per una cifra equivalente, ovvero oltre i 1000 mdl di euro. Un segnale preoccupante che nasce dalle paure ed incertezze degli italiani determinate dalla crisi sistemica del nostro modello di struttura del credito e dall’articolazione dei diversi assetti societari. E’ certamente un problema di riorganizzazione del modo di fare banca e di saper cogliere le dinamiche endogene all’interno di un sistema macroeconomico e di applicazione di nuove tecnologie che rimettano in discussione non solo i processi organizzativi tradizionali ma di strategie commerciali per creare redditività e funzionalità degli stessi apparati decisionali, il tutto a vantaggio della trasparenza del mercato e delle tutele dei risparmiatori.  Molte ipotesi su come risanare il debito da parte di svariate correnti di economisti che si rifanno a scuole di pensiero trattano il problema in modo diseguale. Lo stesso Mario Draghi recentemente ha lanciato un appello, ripreso da un articolo a firma di S.Bragantini sul Corsera del 17 gennaio 2018, che se non si affronta concretamente il deficit del nostro paese, si rischia il futuro della stessa Unione Europea. Parole sacrosante!.

Altri esponenti di spicco quali economisti come Paolo Savona e Michele Fratianni in un articolo del’11 febbraio 2017 su Milano Finanza, affrontano il problema formulando una proposta per tagliare il debito e riformare le banche. Quest’ultimi sottolineano come attraverso una ricostruzione storica del problema debito/pil avanzarono nel lontano 1993 alcune ipotesi all’allora presidente del Consiglio, Ciampi di mettere il patrimonio pubblico a presidio di un’operazione di conversione dei titoli di Stato che abbattesse gli interessi che in tale periodo si attestavano sopra il 13%. Cosa che non fu presa in considerazione visto il clima politico di allora. Così come gli stessi economisti unitamente all’economista Antonio Rinaldi proposero dopo l’esplosione della crisi del 2008 – tesi molto interessante – di convertire i titoli di Stato "offrendo dei diritti di acquisto (warrant) su componenti del patrimonio pubblico". Tesi che non venne prese in considerazione visto l’elevato livello del debito come barriera ad arginare la spesa pubblica. Forti delle loro argomentazioni Savona e Fratianni vanno nuovamente alla carica proponendo oggi due soluzioni per abbattere il rapporto debito/pil. Tenendo fede anche alla crisi intervenuta sui debiti sovrani e sul risparmio privato, ultimamente falcidiato dalla crisi bancaria. Una è agire sul fronte della separazione tra banche d’affari (money bank) e banche commerciali (credit bank) riducendo se non eliminando in questo modo i rischi di gestione delle insolvenze che gravano sui depositi. In sostanza gli economisti con saggia analisi affermano che in questo modo il credito non sarebbe più finanziato dai depositi ma da capitali e obbligazioni. Sulla base di tale strutturale separazione, affrontano l’altra tesi che è quella di istituire una "nuova banca-moneta" dove verrebbero volontariamente spostati i depositi dei risparmiatori sotto il controllo pubblico (a garanzia fino ad un massimo di 100mila euro) la quale banca terrebbe in custodia tali depositi attraverso la catena telematica del blockchain a disposizione solo dei titolari per gli eventuali pagamenti. In questo modo - sostengono gli economisti – l’ammontare dei depositi garantiti entrerebbe nel calcolo del debito come posta attiva riducendo il debito pubblico di circa 800 miliardi con conseguente riduzione del rapporto debito / pil all’85% dall’attuale 134%. Tesi sicuramente di spessore considerando anche il fatto dei benefici indiretti sul piano della stabilità della spesa pubblica che si andrebbe a rideterminare, essendo il debito sovrano dell’Italia dimensionabile a fronte della ricchezza del paese che è 6 volte il pil.

Siffatte argomentazioni – sostengo come linea di indirizzo – hanno indubbiamente valore se tradotte con dati empirici che vanno misurati nel processo di cambiamento che si ritiene di adottare sul piano delle scelte di politica economica della nuova classe dirigente del paese. Una proposta che si ritiene percorribile ed aperta alla discussione su come affrontare le dinamiche del debito in Italia potrebbe essere quella che è legata alla dimensione del rapporto debito pubblico/debito privato ed innestare un processo di riconversione che rimetterebbe in gioco gli equilibri delle stesse politiche monetarie tra i vari paesi dell’ UE. Se infatti si raffrontano alcuni dati probabilmente siamo anche in grado di comprenderne – da un punto di vista metodologico - le ipotesi di sviluppo che tali impostazioni nel lungo termine potrebbero generare a beneficio della stabilità del nostro sistema economico e finanziario.  Se si esamina infatti il rapporto debiti pubblici/debiti privati dell’Italia con gli altri paesi questo è nettamente inferiore (circa 350% del Pil rispetto al 400% della Francia, così della Germania che vanta un rating da tripla AAA). Non dimentichiamoci che la nostra ricchezza finanziaria supera i 4000 mila miliardi di euro e che il risparmio gestito ha superato (ultimi dati di Assogestioni) nel 2017 la cifra record di 1200 miliardi, di cui una minima parte raccolto da Sgr e case di Investimento di diritto italiane. Come si evince nella tabella sotto gli asset in gestione (1,2 trilioni), hanno avuto un incremento del 137% nel periodo 2003-2017. Un trend di lungo termine che trova elementi di riflessione su come è distribuita la ricchezza delle famiglie italiane e su cui bisogna intervenire per localizzare tale massa di risparmio verso strumenti monetari che facciano diminuire il nostro debito sovrano. (fonte: ufficio studi Assogestioni- dati aggiornati al 30 novembre 2017).

Un ruolo sicuramente importante e decisivo per "rimodulare" gli asset del nostro debito potrebbe essere svolto dai consulenti finanziari (oltre 55mila iscritti all’albo presso l’OCF) che professionalmente gestendo il rapporto fiduciario con i risparmiatori ed investitori sarebbero in grado di veicolare tale immensa ricchezza delle famiglie italiane verso strumenti finanziari adeguati a riequilibrare la "sfasatura" tra debito pubblico/debito privato. Collateralmente avviare una campagna di educazione finanziaria da parte delle istituzioni sul modello della nuova normativa approvata dal Parlamento sotto la guida della prof.ssa Lusardi del Comitato recentemente costituito presso il MEF- Sul fronte quindi del debito pubblico si ritiene necessario a mio parere una terapia d’urto che sia in grado di stimolare non solo la domanda ma anche avviare un processo culturale di riposizionamento della struttura stessa del patrimonio detenuto dalle famiglie italiane che supera gli oltre 8.500 miliardi di euro. (mm)

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